“Chi canta prega due volte”

“Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei Tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella Tua chiesa!Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, suscitandovi un caldo sentimento di pietà”.
(Sant’Agostino, Confessiones, 9, 6, 14.)

Indubbiamente Sant’Agostino sapeva esprimere l’emozione con parole di appassionata spiritualità, ben armonizzata nel suo animo.Ebbene, come si potrebbe meglio introdurre l’argomento “canto e musica” nella pratica religiosa, se non con quella frase? Consentitemi un breve salto in questa tematica, dopo varie settimane trascorse a studiare il gregoriano per motivi di lavoro.

Cominciamo proprio di qui.Il termine fa riferimento al papa S.Gregorio Magno che non fu l’autore di tale genere, bensì fu colui che raccolse, fece revisionare e riformare le melodie del canto liturgico così come era stato tramandato fino alla sua epoca, fondando anche una “schola cantorum”.Tale canto raggiunse, ai suoi tempi, la massima diffusione.

Va detto che la composizione e il canto dei Salmi dell’Antico Testamento, frequentemente accompagnati da strumenti musicali, furono da subito pregati cantando. La frase “Chi canta prega due volte” è ancora di Sant’Agostino.



Quindi il canto e la musica intensificano, per così dire, il valore della preghiera, secondo tre criteri principali:
1)la bellezza espressiva della preghiera
2)l’unanime partecipazione dell’assemblea nei momenti previsti e
3)il carattere solenne della celebrazione.

L’armonia dei segni (canto, musica, parole ed azioni) è tanto più significativa e feconda quanto più si esprime nella ricchezza culturale
propria del popolo che la celebra; se si pensa alle notevolissime differenze dell’esecuzione dei canti religiosi nel mondo si comprende questo concetto: basti pensare al Sudamerica ed ai Salmi cantati in Scandinavia, di cui abbiamo appena trattato nelle pagine di questa rubrica.Per secoli in questi paesi la musica sacra fu l’unica ad essere coltivata, a parte qualche canzone popolare di cui non si ha traccia scritta fino al MedioEvo.

Quindi, indipendentemente da opinioni e preconcetti personali, da un punto di vista degli studi strettamente musicologici possiamo concludere che tutta la tradizione dei canti e la musica composta per la liturgia sia un tesoro di grandissimo valore, che svetta tra le altre espressioni di questa stessa arte per quantità e qualità, se non altro almeno per il suo interesse di documento della storia e della cultura dei popoli.
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