
Ci sono momenti nella vita di un artista in cui non basta più scrivere belle canzoni. Arriva un momento in cui bisogna decidere se continuare a raccontare il proprio mondo oppure avere il coraggio di inventarne uno. Con Magia Bianca, Francesca Michielin sembra aver scelto la seconda strada.
E forse è per questo che l’album di questa straordinaria artista mi ha incuriosito più di quanto mi aspettassi. Perché in superficie ci sono streghe, roghi, anguane, rituali, solstizi, magia bianca e magia nera. Un immaginario che potrebbe sembrare lontanissimo dal pop contemporaneo.
Ma basta ascoltare un po’ più attentamente per accorgersi che il Medioevo di Francesca non è affatto lontano. È qui. Siamo noi. Sono i nostri giudizi, le nostre paure, il bisogno di essere accettati, la continua esposizione di ciò che siamo e di ciò che fingiamo di essere. Una volta si bruciavano le streghe. Oggi, qualche volta, basta uno schermo.
La strega
Mi piace pensare che la strega di questo disco non sia un personaggio. È bensì una condizione. È chi non entra più nella forma che gli altri hanno preparato per lei. È la donna che non accetta che qualcuno stabilisca cosa possa essere, cosa possa desiderare, quanto possa essere libera.
E allora Una donna non può diventa qualcosa di più di una canzone. Diventa una frase lasciata volutamente in sospeso. Una domanda. Una provocazione. Chi decide cosa una donna non può essere? E soprattutto: perché?
Michielin non ha bisogno di rispondere esplicitamente. Le basta trasformare quella domanda in musica.
Ritornare indietro per andare avanti
C’è poi un altro aspetto che trovo affascinante. In un tempo nel quale la musica sembra avere sempre bisogno di guardare avanti, Francesca guarda indietro. Cerca il folklore. Cerca le anguane. Cerca il rito. Cerca il mito. Cerca un tempo nel quale gli uomini provavano a dare un nome alle proprie paure inventando storie. E forse è proprio questo il gesto più contemporaneo del disco. Perché abbiamo ancora bisogno di storie. Solo che abbiamo dimenticato di chiamarle così.
Il canto delle anguane porta dentro il disco una memoria che appartiene alla nostra cultura popolare, mentre 1484 spalanca la porta di questo universo. Non sono semplici decorazioni. Sono radici. E una canzone, qualche volta, diventa più forte quando sa da dove viene.
La musica come luogo
Poi ci sono le canzoni.
L’elettronica, le atmosfere sospese, le suggestioni di Battiato, l’ombra di Kate Bush, il pop che si lascia contaminare senza perdere completamente la propria identità.
Ma quello che più mi interessa non è riconoscere le influenze ma capire cosa ne fa Francesca.
Perché un artista non diventa interessante quando cita bene i propri maestri ma quando riesce a trasformarli in qualcosa che gli appartiene. E qui Michielin prova proprio a fare questo: costruire un luogo che prima non c’era.
Un luogo nel quale il pop può incontrare il mito, la canzone può diventare rito e una ragazza cresciuta dentro la macchina della musica italiana può finalmente smettere di essere soltanto “Francesca Michielin” per diventare un’autrice con un immaginario riconoscibile.
Non tutto brucia allo stesso modo
Magia Bianca non è un disco perfetto. Ci sono momenti nei quali l’idea è più potente della canzone. Alcuni brani sembrano vivere soprattutto dentro l’architettura dell’album e meno come episodi autonomi.
Ma non è questo che mi rimane dell’ascolto: mi rimane il coraggio di non scegliere la strada più semplice. Il coraggio di costruire un disco che chiede qualche minuto in più, qualche ascolto in più, forse persino un po’ di disponibilità da parte di chi ascolta.
In un tempo nel quale tutto deve essere immediatamente comprensibile, Francesca sceglie di lasciare qualcosa nell’ombra. E la trovo una cosa bellissima.
Diventare altro
Forse, alla fine, Magia Bianca parla proprio di questo. Del momento in cui una persona sente di non poter più abitare la versione di sé che gli altri hanno imparato a conoscere. E deve cambiar pelle.
La strega allora non è più soltanto la donna perseguitata. È la donna che attraversa il fuoco e ne esce diversa. È l’artista che accetta di non piacere a tutti. È chi smette di chiedere il permesso.
Ecco quindi perché credo fermamente che questo disco dica qualcosa di importante anche sulla musica: crescere non significa necessariamente diventare più grandi. A volte significa diventare più strani. Più liberi. Più propri.
Magia Bianca è il tentativo di Francesca Michielin di farlo.
E forse la sua vera magia non sta nella luce o nell’ombra ma nel fatto che, dopo tanti anni passati a cercare la propria voce, Francesca sembra finalmente aver trovato il luogo nel quale quella voce vuole vivere.
E questo, per un’artista, può essere l’inizio di qualcosa di nuovo. E straordinario!
1 commento
Chi sono le anguane cantate da Francesca Michielin? - MUSICApuntoAMICI · 22/09/2026 alle 11:23
[…] anguane cantate nell’ultimo disco di Francesca Michielin (ne abbiamo parlato qui: Francesca Michielin: la strega che vive dentro le canzoni) non sono semplicemente “streghe”. Sono figure del folklore dell’area alpina e […]