C’è una cosa che mi piace di Claudio Cecchetto: non ha mai avuto paura di guardare dove gli altri ancora non guardavano. Lo ha fatto con la radio. Lo ha fatto con i deejay. Lo ha fatto con i talenti che molti non riconoscevano. Lo ha fatto con Jovanotti, con gli 883, con Fiorello e con tanti altri protagonisti della musica e dello spettacolo italiano.

Oggi lo fa anche con l’intelligenza artificiale.

Radio Cecchetto ha lanciato un invito molto semplice: se avete realizzato una canzone con il supporto dell’intelligenza artificiale, potete mandarla alla radio. La redazione la ascolterà. L’unica richiesta è dichiarare che l’AI è stata utilizzata.

Una cosa apparentemente semplice. E proprio per questo, secondo me, interessante.

Non demonizzare uno strumento

Ogni volta che arriva una nuova tecnologia, qualcuno si preoccupa che possa distruggere quello che esisteva prima. È successo con il sintetizzatore. Con la batteria elettronica. Con i campionatori. Con l’autotune. Con il computer. E adesso succede con l’intelligenza artificiale.

La discussione è legittima. I problemi esistono e vanno affrontati: copyright, trasparenza, utilizzo delle opere altrui, riconoscimento del contributo umano, possibilità di abuso (per l’autotune, ad esempio, questo è sotto gli occhi di tutti…).

Ma una cosa è discutere di questi problemi. Un’altra è demonizzare lo strumento.

L’intelligenza artificiale non è un genere musicale. Non è un artista. Non è una poetica. È uno strumento. E uno strumento può essere usato bene o male. Può produrre qualcosa di banale oppure può aiutare qualcuno a trasformare un’idea in una canzone che, senza quello strumento, forse non sarebbe mai riuscito a realizzare.

La cosa più interessante è che Cecchetto ascolta

È questo, più ancora dell’intelligenza artificiale, che trovo interessante nell’iniziativa di Radio Cecchetto. Ascoltare. Non stabilire prima che una canzone sia interessante o inutile perché è stata realizzata con l’AI. Ascoltarla. Poi giudicarla per quello che è. Mi sembra un approccio molto più serio.

Perché alla fine una canzone deve ancora fare i conti con la canzone. Con le parole. Con la melodia. Con l’interpretazione. Con l’emozione. Con l’idea.

L’intelligenza artificiale può contribuire alla realizzazione. Non può sostituire il giudizio di chi ascolta. E soprattutto non può obbligarci ad ascoltare una canzone che non ci piace.

E poi c’è Claudio Cecchetto

Qui arriviamo al punto che mi interessa ancora di più.

In questi giorni ho letto critiche e commenti negativi sull’iniziativa. Alcuni arrivano da chi considera la musica generata o supportata dall’intelligenza artificiale quasi una bestemmia creativa. Io, sinceramente, faccio fatica a capire questo atteggiamento. Soprattutto quando a proporre l’esperimento è Claudio Cecchetto.

Perché prima di spiegare a Cecchetto cosa sia la musica, forse bisognerebbe ricordarsi di chi è Cecchetto. È uno che nella musica e nella radio ci ha lavorato davvero. Uno che ha saputo riconoscere talenti quando ancora non erano diventati quello che sarebbero diventati. Uno che ha contribuito a cambiare la radio italiana. Uno che ha costruito opportunità per artisti che poi sono diventati parte della cultura popolare italiana.

Si può naturalmente non essere d’accordo con lui. Si può pensare che una sua scelta sia sbagliata. Si può criticare l’iniziativa. Ci mancherebbe. Ma trovo abbastanza curioso che oggi emerga una schiera di esperti improvvisati pronti a spiegare a Claudio Cecchetto come funziona l’innovazione musicale. La storia, almeno in questo caso, dovrebbe suggerire un minimo di prudenza.

Non tutto quello che nasce con l’AI sarà bello

Non penso affatto che l’intelligenza artificiale produrrà automaticamente buona musica. Anzi. Probabilmente produrrà una quantità enorme di musica mediocre. Come è già accaduto con gli strumenti digitali, con i software musicali, con la possibilità per chiunque di pubblicare una canzone online.

Ma questa non è una ragione per chiudere la porta. È una ragione per imparare ad ascoltare meglio. Per selezionare. Per distinguere. Per dare valore alle idee.

E forse anche per tornare a parlare di una cosa che nella musica rischiamo di dimenticare: il risultato conta più dello strumento utilizzato per arrivarci.

La tecnologia non toglie valore alla creatività

Personalmente non vedo l’intelligenza artificiale come una scorciatoia che rende inutile l’autore. La vedo come una possibilità in più. Può aiutare a trovare una melodia. A sperimentare un arrangiamento. A trasformare un’idea in una prima versione. A sentire come potrebbe funzionare una canzone. Ma l’idea iniziale resta umana. La scelta resta umana. Il gusto resta umano. La responsabilità resta umana. E anche la decisione finale di dire: questa cosa mi piace, questa no, questa la tengo, questa la butto via.

Per questo trovo interessante che Radio Cecchetto abbia deciso di aprire una porta invece di chiuderla.

Mandateci le vostre canzoni.

È un messaggio semplice. Ed è un messaggio che, nel mondo della musica, preferisco mille volte a un altro: questa cosa non è vera musica. Perché stabilire oggi che cosa possa o non possa diventare musica domani è un esercizio piuttosto rischioso.

E se c’è una cosa che la storia di Claudio Cecchetto dovrebbe averci insegnato è proprio questa: prima di dire che una cosa non funzionerà, forse vale la pena ascoltarla.


Domenico A. Di Renzo

Autore di testi, blogger e fondatore di MUSICApuntoAMICI, scrive di musica, artisti, canzoni e cultura musicale da circa 30 anni. Diplomato al CET di Mogol e iscritto alla SIAE, ha collaborato con artisti emergenti, sviluppato progetti editoriali e approfondito il rapporto tra musica, parole e identità culturale. Giurista d’Impresa e della Pubblica Amministrazione, si occupa anche di diritto d’autore e pubblica amministrazione. Dal 1999 racconta la musica attraverso uno sguardo personale che unisce scrittura, analisi e sensibilità autorale. Biografia completa qui.

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