Penso che il fenomeno Ultimo, nome d’arte di Niccolò Moriconi, giovane cantautore romano, venga spesso sottovalutato, soprattutto da una parte della critica musicale. E il concerto-evento di Tor Vergata ne è la dimostrazione più evidente.

Il fatto di aver venduto 250.000 biglietti in circa tre ore per un unico concerto è un dato eccezionale, non solo per l’Italia ma anche nel panorama europeo. La cosa, checché ne dicano i più scettici, non può essere liquidata come semplice sold out: si tratta invece di un evento che ha richiesto un’area diversa dagli stadi tradizionali proprio per l’enorme afflusso di persone.

Ma i numeri, da soli, non possono bastare a spiegarne il successo. E ci sono almeno quattro ragioni a supporto di questa mia tesi.

Il rapporto con il pubblico

Ultimo non si presenta come una popstar irraggiungibile. Ha costruito negli anni un’identità molto coerente: il ragazzo di periferia che ce l’ha fatta senza rinnegare le proprie origini. I suoi fan sentono di far parte di una comunità, non semplicemente di seguire un cantante.

La sincerità emotiva

Le sue canzoni parlano di fragilità, riscatto, amore, solitudine e rivalsa con un linguaggio diretto. Per molti questa semplicità è un limite; per tanti altri è invece il motivo per cui si riconoscono nei suoi testi.

La costruzione del “mito”

Il concetto della “Favola”, il “Raduno degli Ultimi”, i riferimenti costanti alla sua storia personale: tutto questo crea una narrazione molto forte, una narrazione che mira a vendere l’idea di partecipare a un momento storico condiviso piuttosto che ad un semplice concerto.

L’indipendenza artistica

Ma c’è una ulteriore ragione che spiega il successo del cantautore romano. Pur essendo uno degli artisti più grandi d’Italia, Ultimo ha sempre dato l’impressione di seguire il proprio percorso senza inseguire le mode del momento. Questo rafforza ulteriormente la fedeltà del suo pubblico.

Un concerto che non è solo musica

Sul piano dello show, credo che Ultimo abbia capito una cosa fondamentale: oggi il concerto non è più soltanto musica. È un’esperienza collettiva. Le scenografie, il pianoforte, i braccialetti luminosi, i cori di decine di migliaia di persone e l’enfasi sul coinvolgimento emotivo trasformano ogni data in un rito. È una formula che ricorda più artisti come Bruce Springsteen o Vasco Rossi che molti suoi contemporanei.

C’è poi un aspetto che trovo interessante. Per anni una parte della critica ha considerato Ultimo un artista “troppo semplice” o “troppo popolare”. Eppure, mentre la critica discuteva, lui continuava a riempire stadi, accumulare miliardi di ascolti e costruire una delle fanbase più fedeli d’Europa. Questo dimostra che esiste una distanza sempre maggiore tra il giudizio degli addetti ai lavori e quello del pubblico.

Naturalmente non tutto è perfetto. Chi non ama Ultimo gli rimprovera una certa ripetitività musicale e tematica e un linguaggio armonico poco innovativo. Sono critiche legittime. Ma sarebbe un errore misurare il suo valore solo con il parametro dell’innovazione.

Quale insegnamento trarre dalla “favola” di Ultimo?

Da osservatore del settore musicale, aggiungo una riflessione che credo possa interessare i lettori di MUSICApuntoAMICI. In un’epoca in cui molti artisti inseguono gli algoritmi delle piattaforme, Ultimo ha costruito un modello quasi “antico”: prima la relazione con le persone, poi tutto il resto. I 250.000 biglietti venduti non sono il frutto di una campagna pubblicitaria straordinaria, ma di una fiducia coltivata per anni. Ed è probabilmente questa la sua più grande lezione per chiunque faccia musica oggi.

L’industria musicale ha investito tantissimo sugli streaming, sulle playlist editoriali, sui trend di TikTok. Tutti strumenti importanti, ma che spesso creano ascoltatori più che fan. Ultimo ha fatto il percorso inverso: ha costruito prima una comunità e poi ha raccolto i risultati economici. La differenza è enorme. Uno streaming vale una frazione di centesimo. Un fan compra un biglietto da 70, 100 o 150 euro, percorre centinaia di chilometri per un concerto, acquista il merchandising e difende l’artista anche nei momenti difficili.

Perché è importante la coerenza

Se analizziamo la sua carriera, Ultimo non ha mai cercato di essere tutto per tutti. Non ha cambiato stile a ogni estate.
Non ha inseguito la hit latina, poi la dance, poi l’afrobeats, poi la trap, poi il country-pop. Ha continuato a fare Ultimo. In un mercato in cui tutti cercano di adattarsi alle tendenze è diventato lui stesso una tendenza.

Ma vi è di più. Negli anni Duemila il disco era il prodotto principale. Oggi il disco è spesso la pubblicità del tour. Ultimo sembra averlo capito meglio di molti. Le canzoni servono anche a creare il prossimo momento collettivo. Ed è quel momento che genera ricordi, fidelizzazione e sostenibilità economica.

Inoltre, Ultimo racconta una storia prima ancora che le canzoni. Racconta del ragazzo escluso. Quello che si è preso la rivincita. Ogni concerto aggiunge un capitolo nuovo alla storia. Ogni album aggiunge un pezzo. Le persone seguono quella storia.

L’emozione è ancora il prodotto più forte

Negli ultimi anni si è parlato tantissimo di produzione musicale, sound design, intelligenza artificiale. Ultimo ricorda una verità molto semplice che io stesso seguo in ogni ambito della mia vita artistica: le persone non ascoltano una canzone perché è perfetta ma perché racconta qualcosa che sentono loro. Puoi avere la miglior produzione del mondo ma se non tocchi nessuna corda emotiva, la canzone finisce nel dimenticatoio.

Essere divisivi può essere un vantaggio

Molti artisti cercano di piacere a tutti ma questo è quasi impossibile. Ultimo, invece, è uno di quegli artisti che vengono amati profondamente o criticati apertamente. Paradossalmente questo rafforza il suo pubblico. Perché chi si sente parte di una comunità tende a difenderla ancora di più. Nel marketing si direbbe che ha un’identità fortissima.

Ed è forse la lezione più importante. Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra costruito. Interviste preparate, social pianificati, collaborazioni strategiche, scandali calcolati.

Ultimo, pur avendo ovviamente una comunicazione studiata, trasmette l’impressione opposta: che sia lui, che dica quello che pensa, che salga sul palco come farebbe comunque. Questa percezione, vera o costruita che sia, oggi vale tantissimo.

La lezione più profonda

Per anni il music business ha ragionato in termini di visibilità. Ultimo ha dimostrato che la vera moneta è la fiducia. La visibilità può essere comprata, la fiducia no. Puoi comprare milioni di visualizzazioni e finire nelle playlist. Ma non puoi comprare 250.000 persone che decidono, nello stesso giorno, di spendere soldi e dedicare una giornata della loro vita per essere presenti a un tuo concerto. Quello è capitale relazionale ed è il bene più raro dell’economia contemporanea.

A mio avviso, il music business del futuro, e probabilmente anche l’editoria musicale del futuro, ma forse già del presente, premieranno meno chi produce più contenuti e più chi saprà creare appartenenza. Una comunità di migliaia di lettori che attendono ogni uscita di una newsletter può avere un valore culturale ed economico molto superiore a centinaia di migliaia di visitatori occasionali arrivati per una notizia di cronaca musicale.

Credo che questa sia la lezione più importante che Ultimo lascia al settore: il successo più solido non nasce dall’attenzione, ma dalla relazione. E le relazioni richiedono tempo, coerenza e una voce riconoscibile. Sono elementi difficili da costruire, ma anche molto difficili da imitare.


Domenico A. Di Renzo

Autore di testi, blogger e fondatore di MUSICApuntoAMICI, scrive di musica, artisti, canzoni e cultura musicale da circa 30 anni. Diplomato al CET di Mogol e iscritto alla SIAE, ha collaborato con artisti emergenti, sviluppato progetti editoriali e approfondito il rapporto tra musica, parole e identità culturale. Giurista d’Impresa e della Pubblica Amministrazione, si occupa anche di diritto d’autore e pubblica amministrazione. Dal 1999 racconta la musica attraverso uno sguardo personale che unisce scrittura, analisi e sensibilità autorale. Biografia completa qui.

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